Nell’estate del 1515 Tommaso Moro, per alcuni mesi nei Paesi Bassi, scrive di getto “Utopia”. L’opera verrà pubblicata di lì a poco, per interessamento dell’amico Erasmo da Rotterdam.

Erasmo da Rotterdam, pochi anni prima e proprio a casa di Tommaso Moro, in Inghilterra, aveva scritto “Elogio della pazzia” dedicato all’amico Moro, umanista, politico e santo martire inglese.

Utopia è un’isola “non-luogo” (dal greco che vale “non” e topos, cioè “luogo”), collocata in una regione lontana e non definita, ove gli abitanti seguono un ordine politico, normativo e di costume che si ispira alla razionalità dell’uomo, in contrasto con l’irrazionalità violenta che caratterizzava l’Inghilterra, all’epoca dell’Autore.

Interessante notare come la “razionalità utopica” di Tommaso Moro e la “pazzia” di Erasmo da Rotterdam siano, tra loro, parenti molto strette, se non la stessa cosa. L’una e l’altra, se le dovessimo ridefinire con parole più vicine alla contemporaneità, sono la risultante della competenza a pensare emozioni. Ma “pensare emozioni” è un modo per parlare di psicoterapia. Una psicoterapia che, seguendo un’utopia e mescolandola con un po’ di follia, due psicologhe napoletane hanno pensato di proporre ad una città: Napoli in treatment. Napoli in terapia.

Una finzione. Ma anche una verità.

Si tratta di avviare un pensiero divergente, di sognare forse, di implicare i napoletani entro una avventura difficile e stimolante: pensare la propria città, pensarla emozionalmente e sostituire, sia pure per poco, il pensiero all’agito. Smetterla con il pretendere dall’altro, con il controllarlo, il lamentarsi, il provocare, l’obbligare, il vivere immersi entro la preoccupazione. Pensare emozioni significa liberarsi di tutto questo e uscire dalla passività; significa pensare che la soluzione dei problemi di convivenza dipende da tutti, non solo da chi detiene il potere e viene idealizzato nella sua onnipotenza non generosa, infida, minacciante.

Utopia e follia, pazzia. Erasmo e Tommaso Moro sembrano fare da sfondo critico a Napoli in treatment.

La proposta sembra doversi districare tra due polarità, quella della spettacolarità e quella del pensiero sulla città.

Napoli, nella sua dimensione più critica, è una città spettacolare.  Ma sappiamo che la spettacolarità è, a volte, l’espressione problematica dell’invidia. L’invidia si fonda sull’emozione dell’essere esclusi da qualcosa che ci sembra bellissimo, invidiabile appunto; qualcosa di idealizzato e al contempo appartenente ad altri. Chi invidia, delega un altro a realizzare i propri desideri, spettacolarizzati entro dimensioni false e perverse. L’oggetto dell’invidia, a ben vedere, è idealizzato ma è al contempo deteriorato nella sua componente falsa: una sorta di “patacca” che, a ben vedere, non ha proprio nulla di invidiabile. L’invidia, nella sua componente ambivalente, ha due facce: ciò che si invidia è bellissimo, ma al contempo è anche deludente, falso, faticoso. Napoli è un “oggetto” invidiato da molti, una città che suscita ammirazione, sentimento di esclusione per chi non è napoletano; ma al contempo è un luogo temuto, una cultura criticata, un mito doppio con un lato pericoloso, che incute paura e, spesso, straniamento.

Napoli in treatment sembra voler mettere in disparte la Napoli invidiata, per sollecitare una immagine della città che motivi al desiderio.

Desiderio di bellezza, di cultura, di relazioni vere, di civiltà della convivenza. Desiderio di partecipazione alla collettività.

Invidia e desiderio. I due poli entro i quali si dibatte anche la contemporaneità napoletana.

Il messaggio che Napoli in Treatment vuole inviare ai napoletani, ma anche a chi – come chi scrive – napoletano non è, è di reimparare a desiderare, assieme, in una relazione che si allontani dall’invidia individualista e chiusa in se stessa.

Penso che il messaggio di Napoli in Treatment aiuti a pensare emozioni, aiuti a desiderare.

Desiderio, nel suo etimo, vale de-sidera, in altri termini “togliere lo sguardo dalle stelle”, o se si vuole dall’onnipotenza, per accettare il limite della nostra dimensione reale.

Ma a ben vedere, desiderare, nella sua accettazione del limite, significa un allontanamento dalla falsità perversa che segna la nostra cultura attuale.

Significa recuperare utopia e follia.

 


Renzo Carli: Ordinario di Psicologia Clinica presso la 1.a Facoltà di Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma.

Nel corso della sua ricerca, ha elaborato un’originale costrutto per la definizione del rapporto sociale, a partire dalle caratteristiche del modo d’essere inconscio della mente: il costrutto della collusione. La teoria della collusione ha poi consentito di proporre una teoria della tecnica per l’intervento psicologico rivolto all’individuo come al contesto sociale: l’Analisi della Domanda.
L’interesse scientifico si è poi rivolto alla misurazione del processo collusivo entro le organizzazioni sociali ed i sistemi culturali, con lo studio della Cultura Locale.